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Nicolò Businco

Nicolò Businco

La figura di Nicolò Businco occupa un posto di primaria importanza nelle vicende sociali dell’Ogliastra tra il 1880 e il 1896 quando una tragica vicenda pose fine al suo impegno civico. Nato a Torino il 6 Dicembre 1856 arrivò in Ogliastra ancora bambino. Trascorsa la sua infanzia a Lanusei paese del quale restò profondamente legato, fu inviato a Jerzu come collettore, dell’esattore Luigi Demurtas. Qui il 20 Marzo del 1878 sposò Rosa Corgiolu dalla quale ebbe otto figli alcuni dei quali, Armando e Ottavio avrebbero dato lustro alla famiglia e al paese quali scienziati di fama internazionale. Armando fu un insigne medico che dettò le basi della moderna anatomia patologica a lui è intitolato L’Ospedale Oncologico di Cagliari; Ottavio fu invece un brillante docente di radiologia presso la stessa Università di Cagliari tra i suoi allievi vi fu anche Vincenzo Racugno. Impegnato nel suo lavoro di esattore, non tralasciò l’impegno politico per il quale divenne consigliere a Perdasdefogu nel 1882. Principale promotore delle lotte per la costruzione della ferrovia nel mandamento di Jerzu fondò il giornale L’Ogliastra pubblicato a Lanusei il 28 Dicembre 1883. Nonostante fosse un autodidatta, fu soprattutto un bravissimo giornalista e un ottimo oratore e queste qualità convinsero l’amministrazione di Jerzu a incaricarlo di una missione, delicata e difficile presso alcuni comuni del Sarcidano ostili alla ferrovia. Missione che lui non deluse portandone il benestare dei suddetti comuni.

Diventato esattore a Tertenia collaborò politicamente dal 1888 con Giosuè Piroddi. L’anno seguente venne eletto consigliere comunale di Jerzu divenendo da quel momento il simbolo del riscatto del Partito popolare. Nel 1890 l’allora giunta comunale fresca di nomina dovette affrontare un autentico flagello:Il vaiolo. Dal primo Gennaio al primo Giugno dello stesso anno 107 furono le vittime dovute a tale malattia. Il consiglio comunale intervenne prontamente offrendo cibo e vestiario e perché era difficile trovare qualcuno che si curasse dei malati fu lo stesso Businco ad occuparsi in prima persona dei soccorsi sfidando in tal maniera il contagio. Così descrisse negli anni successivi quel periodo drammatico: Furono giorni tristi e dolorosi e il terrore era nel cuore di tutti. Più notti non rincasavo trattenendomi ad assistere i moribondi e a rincuorare i superstiti; più volte dovetti fare l’ufficio del monatto, avvolgendo nel sudario i morti, per metà putrefatti, e deponendoli nella bara in quanto sia i parenti che i superstiti rifiutavano tale ufficio. La provvidenza mi risparmiò malgrado le quotidiane fatiche, le notti insonni e i contatti pericolosi, mi risparmiò per sottopormi a prove più dure della morte stessa. Il primo aprile 1893, il fischio della vaporiera echeggiò per la prima volta fra gli antichi tonneri dell’Ogliastra e il convoglio ferroviario inaugurò il tratto Tortolì-Lanusei-Gairo. Ed il 16 novembre dello stesso anno venne inaugurato la tratta Gairo-Jerzu. La lunga lotta che Businco, quasi isolato, aveva iniziato nel 1883, si era felicemente conclusa. Ma se da un lato la coerenza e il rigore del dovere davano i propri frutti, all’orizzonte nubi oscure e minacciose minavano l’incolumità del Businco.

Tutto iniziò il 14 agosto 1894 quando a Perdasdefogu veniva assassinato il giovane segretario Ruggero Tedde che da anni ricopriva lo stesso incarico anche nel comune di Tertenia. Legatissimo a Businco Tedde era tutto fuorché un uomo politico: simpatico, disinvolto, socievole conduceva un’esistenza modesta ma dignitosa. La tragica vicenda sollevò grande sgomento e fin dall’inizio assunse i contorni di un vero giallo. Nei giorni seguenti cominciò a diffondersi la voce di una possibile compromissione nella veste di mandante proprio del Businco in seguito ad alcuni screzi economici proprio col Tedde. Le voci calunniose dopo un certo periodo parvero affievolirsi ma una denuncia anonima fece riaprire l’inchiesta giudiziaria. Nicolò Businco che viveva ormai a Tortolì dove curava i suoi interessi economici, si rese conto che stava prendendo corpo una pesante concatenazione di indizi volta ad incastrarlo. La sera del 16 Luglio 1896 intuendo che il pretore di Lanusei Brizzi intendeva farlo arrestare, si rifugiò a Urzulei, allora una sorta di terra di nessuno, covo inviolato e inviolabile di ricercati, da dove si spostò con grande audacia nei salti che dal Monte Ferru arrivano alle colline Jerzesi. Il desiderio di riabbracciare la moglie Rosa, che in quei giorni partoriva il suo ultimo figlio Ottavio lo spinse a rientrare a Jerzu rischiando di essere scoperto e arrestato. Raggiunse la sua casa nel rione denominato Cuccureddu (rione più alto del paese) nella via Amsicora, sotto spoglie femminili e rimase alcuni giorni nascosto nei sotterranei dell’abitazione di un falegname e poi in quella di un conciatore abbandonandone il nascondiglio solo per poter passare qualche istante con la compagna.

Lasciò definitivamente il paese a metà agosto e raggiunse con lunghe marce notturne Nuoro. Con il rischio di essere scoperto, in treno arrivò a Macomer, quindi a Bolotana e a Chilivani finchè trovò rifugio sicuro a Tempio presso parenti materni. Da qui, con una drammatica traversata delle Bocche di Bonifacio, effettuata nella notte del 1° settembre 1896, raggiunse la Corsica dove venne preso per un rifugiato politico trovando occupazione in una tenuta agricola.Visse per un anno in una situazione precaria fino a quando, alcuni giorni prima di imbarcarsi su di un piroscafo, che avrebbe dovuto portarlo ad Alessandria d’Egitto, fu tradito da una spia e arrestato. Il processo, che si celebrò contro di lui e i suoi complici, fece scalpore e suscitò un’eco su tutti i giornali isolani e dell’intera penisola. Nonostante la mancanza di prove, sulla base di semplici indizi e di testimonianze contraddittorie, che in seguito si rivelarono del tutto infondate, il 2 aprile 1897 Businco fu condannato all’ergastolo, pena successivamente ridotta a vent’anni. Il coraggioso giornalista, il brillante polemista, il severo amministratore di Jerzu, restò in carcere fino al 1914, quando gli fu concessa la grazia per merito dell’infaticabile opera del figlio maggiore Ettore, che aveva portato alla revisione del processo e alla generale convinzione che Nicolò Businco era vittima di un terribile errore giudiziario. Si concludeva così la politica di Businco, che dopo aver riacquistato la libertà, scelse di vivere i suoi ultimi anni in amara solitudine a Pelau dove morì l’8 ottobre 1923.

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